Di carne al fuoco in questa ripresa di attività politica ce ne è talmente tanta che si rischia di fare indigestione.
E dopo la soap estiva che ha visto protagonista il centro destra in uno scontro tutto interno tra i due leaders Berlusconi e Fini, in un contrasto basato su due diverse visioni dello schieramento “conservatore” - a voler cercare di ricondurre la querelle in un quadro più comprensibile – ecco che le acque si agitano anche in casa del Partito Democratico.
Bisogna ammettere che i motivi di tensione non sono certo di oggi e che in ogni caso il fuoco covava da tempo sotto le ceneri ma, certamente, in un momento di grave crisi dell'attuale maggioranza la deflagrazione dei problemi nel maggior partito di opposizione appariva fino a poco fa impensabile, per non dire surreale. Il rischio infatti è che lo scontro possa compromettere in modo irreparabile l'alternanza alla guida del Paese. E sappiamo come l'Italia ne abbia disperatamente bisogno.
Ed allora scindiamo i piani e vediamo cosa accade a livello nazionale e a livello locale.
Dopo il ciclo delle “lettere aperte” inaugurato da Veltroni e proseguito con i contributi di Bersani, Prodi e finanche Rutelli (credo si fosse inserita nel mezzo anche la presa di posizione del Capogruppo Franceschini ma forse sotto forma di intervista) siamo arrivati a settembre con l'adozione del nuovo metodo: “il documento politico – programmatico” nel quale riprendere alcuni passaggi delle missive e sancire in modo compiuto la propria strategia processuale.
Hanno iniziato i “giovani turchi”, i 40enni “pasdaran” del segretario e del Leader maximo, con un documento volto prima di tutto a demolire il passato ed in taluni casi le stesse ragioni fondative del partito, ed la risposta a stretto giro di chi del progetto originario è stato ideatore e Leader.
Ambedue gli scritti – pur nella diversità delle posizioni – contengono verità ma anche strumentalizzazioni. Certamente ambedue non contribuiscono a fare chiarezza se non in quella parte che ribadisce l'esistenza di due visioni del PD, l'una antitetica all'altra. Senza voler esprimere giudizi di valore possiamo forse dire l'una più “tradizionale” nelle formule, nei simboli e nei metodi e l'altra più “movimentista”, meno legata a schemi e logiche conosciuti in altre epoche del nostro sistema repubblicano.
Ma nessuno dei due documenti e nessuno degli estensori si preoccupa e si fa carico del sentire dell'umile militante. E, per essere chiari, per militanti non intendo nemmeno coloro che si sono accostati alla politica per la prima volta nel 2007 e che in parte se ne sono già allontanati visto lo svilupparsi del dibattito interno, ma nemmeno di coloro (e sono tanti) che conoscendo un poco le “cose della politica” sono di solito in grado di assorbire anche i colpi peggiori e di trovare chiavi di lettura anche in ciò che tutto appare fuorchè logico.
Con l'aggravante che in questa sfida in punta di fioretto a farne le spese rischia di essere soltanto il progetto di alternativa al governo attuale e quindi, in ultima istanza, tutti noi ed anche coloro che sottoscrivendo le tesi dicono di aver a cuore il bene comune.
La situazione venutasi a delineare nel partito regionale del Lazio non fa altro che dimostrare nuovamente lo scollamento esistente tra “la base” e la classe dirigente. Potremo dire che il caso Lazio amplifica soltanto il malessere di una parte, che ho ragione di ritenere maggioritaria, degli iscritti e chi è alla guida dei processi decisionali.
Ci eravamo lasciati, a fine luglio, con il fallimento del tentativo di dare in assemblea una guida al Pd Lazio e la promessa di una riconvocazione dell'organismo dirigente, ci ritroviamo oggi con la minaccia – perchè nonostante si rincorrano le voci che si tratti di cosa fatta, mancano invece gli atti ufficiali (giunti nella tarda mattinata di oggi con un comunicato stampa!) – di un commissariamento, la sanzione ufficiale del fallimento di un'intera classe dirigente.
Eppure forse per uscire da quest'impasse basterebbe cambiare il piano di confronto. Basterebbe recuperare ciò che per paradosso è al centro dei documenti, delle lettere aperte, delle interviste che si sono susseguite in questi mesi ossia: il contenuto della nostra azione politica!!!!!
Vorrei confrontarmi sui progetti, sulle idee e sui valori.
Ad esempio: si è tornati a parlare di legge elettorale. Sono per un maggioritario su collegi uninominali e doppio turno. Da nessuno degli attuali contendenti ho sentito parole chiare. Tutti dicono che siccome anche il sistema tedesco prevede i collegi al pari di quello francese e di quello spagnolo allora non si debbono avere pozioni preconcette e vanno bene tutti. Non è così! Non sono uguali, non sono paragonabili e a me il sistema tedesco largamente proporzionale fa schifo! Ovviamente non dipende da me la scelta e logicamente andrò a votare quale che sia il meccanismo, lo facciamo adesso col porcellum a maggior ragione lo faremo poi, ma: vorrei parole chiare nel merito! E questo è ovviamente solo un esempio.
Anziché fare primarie per gli incarichi dirigenziali vorrei oggi fare primarie sulle idee, vorrei dare un'anima al nostro partito.
Solo in questo modo potremo riuscire nell'impresa che oggi appare la più difficile: recuperare il consenso degli elettori e tornare alla guida del Paese per il bene di tutti!
In coda: mi rendo conto che per chi è abituato a ragionare con l'idea che il “processo politico vada governato”, che “tanto funziona sempre allo stesso modo e quindi è necessario prendere una posizione chiara per l'uno o l'altro dei contendenti”, che “non sempre in politica si possano esprimere davvero le proprie idee perchè si rischia di “bruciarsi””, tutto ciò che ho scritto appaia un'utopia. Costoro sono davvero sicuri che il loro metodo sia non solo giusto ma vincente? Il crescente astensionismo non dimostra forse che gli elettori preferirebbero un po' meno chiacchiere e più sincerità?